Centro "Ferruccio Castellano” di Torino

Centro Studi e documentazione su “Fede, religione e omosessualità”

Agape 1980. Dove tutto ebbe inizio

Discorso pronunciato da Ferruccio Castellano (1946-1983) in occasione del campo Fede e Omosessualità tenutosi presso il Centro Ecumenico Agape dal 13 al 15 giugno 1980

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Cari fratelli e sorelle in Cristo, Questo incontro era molto atteso nel nostro paese, tanto atteso che molti fra quelli che avrebbero voluto molto volentieri essere qui con noi nel corso di queste giornate, non vi sono riusciti perché tutti i posti erano già prenotati. L’attesa e la speranza sono i sentimenti più forti in questo momento. Succede come la notte di Pasqua in cui la gioia prevale sul dolore, sulla tristezza, sulla prova! Rendiamo grazie al Signore per questa occasione che ci ha dato di ritrovarci qui in suo nome con i fratelli e le sorelle non credenti ma uniti a noi dallo stesso amore. Lo spirito che soffia dove vuole ci ha portati fin qua a milleseicento metri d’altezza. Solo poco tempo fa ciò sarebbe stato impossibile.

Mi ricordo che un giorno d’autunno di due anni fa io ero molto depresso. Un mio compagno di lavoro compose un numero di telefono e mi fece parlare con uno sconosciuto che mi disse: “sono sicuro che non bisogna perdere tempo”. Grazie a questo fratello, qualche mese dopo la mia intervista apparve sulla rivista mensile delle comunità cristiane di base “Tempi di fraternità”. Qualcuno alla cui porta io avevo umilmente bussato, prima di richiudermela sul naso, mi disse che la mia intervista aveva il tono di un “manifesto”.
Ciò non era nelle mie intenzioni; io raccontavo semplicemente le mie prime esperienze di omosessuale e di credente che, in un prospettiva di servizio, era “uscito fuori”, allo scoperto. Come avrei potuto servire i miei fratelli e le mie sorelle se io stesso restavo nella clandestinità? Ma, purtroppo, per molti, tutte le attitudini, anche le più umili e le meno evidenti, ma che mirano ad approvare l’omosessualità e ad affermarla, costituiscono per se stesse, una provocazione.
Qualche mese dopo fui invitato a parlare al Congresso regionale delle Comunità Cristiane di base del Piemonte. Ero molto emozionato. Guardavo i partecipanti chiedendomi se soprattutto i più anziani mi avrebbero capito. Quando ebbi finito di parlare vidi venire verso di me una signora anziana, dai bei capelli bianchi, che mi abbracciò e mi disse delle parole che non dimenticherò mai. A questo congresso partecipavano anche dei fratelli d’Agape che accolsero il mio appello e mi invitarono al Campo Teologico Internazionale dell’anno seguente. Una sera del campo fu dedicata al tema dell’omosessualità che risvegliò un vivo interesse fra i partecipanti. Ecco come nacque l’idea di un incontro più duraturo e che doveva trattare unicamente di questo tema.

“Fede cristiana e omosessualità” : perché, giustamente ci chiediamo, questi due soggetti ? Perché questo confronto fra la fede cristiana e l’omosessualità? Quale rapporto può esserci fra la fede e la sessualità? Secondo me ecco ciò che dovrebbe risultare ben chiaro alla fine di questi giorni: che la fede e la sessualità, e più precisamente, la fede cristiana e l’orientamento sessuale costituiscono due realtà indipendenti. E’ solo così che noi potremo stabilire che la fede non è né omosessuale né eterosessuale ed è solo da ciò che potremo affermare la possibilità di una comunione fraterna tra credenti che hanno un orientamento sessuale differente. Solo così ci sarà possibile rispondere affermativamente alla domanda: “l’omosessuale è mio fratello?” Oppure: “l’eterosessuale è mio fratello?”
Il fatto che la fede cristiana e l’omosessualità costituiscono due realtà indipendenti non deve però portarci a tirare delle conclusioni troppo affrettate in merito, considerato che la maggior parte dei fratelli e delle sorelle non è di questo avviso: effettivamente basta citare in merito il documento della Chiesa Anglicana, apparso di recente, in cui si stabilisce che lo studente di teologia che non è ancora stato ordinato, è obbligato a dichiarare al vescovo il suo orientamento sessuale (nel caso in cui non sia eterosessuale).

Ora mi sembra giusto aprire una breve parentesi. Oggi noi parliamo molto liberamente di eterosessuale ed omosessuali e certi pensano che queste categorie siano sempre esistite o che almeno esistessero già al tempio della Bibbia, poiché si suppone che la Bibbia condanni l’omosessualità. Non è così. A quell’epoca gli omosessuali, come categoria, non esistevano e in ogni modo neppure esistevano prima di cento anni fa. Gli uomini erano tutti “normali”; l’omosessualità era un comportamento, non una condizione, e il sodomita non obbediva ad una inclinazione specifica ma era un vizioso. Se egli smetteva di commettere certe azioni smetteva contemporaneamente di essere omosessuale.
S. Paolo definisce i rapporti omosessuali come delle azioni “contro natura” (Rm 1,26) perché li giudicava ugualmente contrari all’orientamento sessuale dell’individuo.
E’ solo dopo il momento in cui si è iniziato a riconoscere che il comportamento è la conseguenza e l’effetto di un orientamento che comincia il capitolo più contradditorio della repressione degli omosessuali da parte della Chiesa cattolica. Il mio catechismo definiva ancora l’omosessualità “un peccato impuro contro natura” e la comprendeva fra i “quattro peccato che gridano vendetta al cospetto di Dio” . E’ significativo ricordare quali sono gli altri tre peccati ai quali il nostro comportamento è sembrato simile: l’omicidio volontario, l’oppressione dei poveri, la frode nel salario agli operai.

E molto pericoloso continuare a parlare di “eterosessuali” e di “omosessuali” perché questo modello corrisponde malamente alla realtà. E poiché questo modello è stato usato per emarginare delle persone mi pare molto pericoloso continuare a lasciar credere che i due “tipi” esistano veramente.
Ma d’altra parte noi sappiamo molto bene che non so tratta di una questione di terminologia. Nei “lager” del Terzo Reich” non ci si occupava di filologia. Si ammazzava. E si ammazzava a causa dsell’omosessualità. La società attuale ci emargina e ci emargina a causa dell’omosessualità. La Chiesa ci rifiuta e ci rifiuta a causa dell’omosessualità.

Nel corso della storia si è stabilizzata una situazione sulla base della quale:

1) non dobbiamo spaventarci del fatto che siamo una minoranza. “il lavoro più efficace – diceva Ghandi – è sempre stato fatto dalle minoranze”. Ciò che ci fa differenti dagli altri è in effetti un valore insostituibile per prevalere sul conformismo e sull’ipocrisia.

2) noi siamo un popolo che giustamente appartiene a Dio. Non tocca ne agli eterosessuali ne agli omosessuali di stabilire i confini della comunione fraterna; tocca al Signore stabilirli. Noi cerchiamo l’unità ma finché i due gruppi esisteranno noi non accetteremo che uno dei due imponga la propria morale all’altro.

3) la fede cristiana e l’omosessualità sono due realtà indipendenti ma oggi la coincidenza di questi due aspetti nella vita di molti di noi può portare ad una più grande autenticità sia nella fede cristiana, sia nella lotta omosessuale. Sono convinto, ancora una volta, che non potrà essere che salutare per i cristiani distinguere fra ciò che sono e ciò che credono rispetto al Signore.

E’ questa, io credo, la direziona da seguire nel corso dei lavori di questi giorni. Ossia non varrà tanto la pena di cercare il senso astratto dell’omosessualità (come condizione di volta in volta rifiutata, tollerata o idealizzata), ed ancor meno di discutere astrattamente del rapporto eventuale fra la fede e l’omosessualità, ma sarà meglio, al contrario, cercare come è possibile, partendo dalla vita di tutti i giorni, l’impossibilità a dichiararsi omosessuali anche nella Chiesa, a partire dal rifiuto dell’assoluzione da parte del proprio confessore ( a chi ne ha ingenuamente parlato) a partire dalle dichiarazioni di papa Wojtyla, dall’immagine che i mass-media confessionali fanno passare a proposito dell’omosessualità, a partire dall’ipocrisia di molta gente di chiesa, essi stessi omosessuali, cercare allora, a partire da tutto ciò, da queste esperienze che io vivo e delle quali io pago di persona, cercare come mi è possibile non solo restare nella Chiesa ma diventare più profondamente cristiano, ancora più capace di amore verso Dio e verso i fratelli.
La Chiesa, il mondo del lavoro e la famiglia sono i luoghi in cui gli omosessuali incontrano le difficoltà più grandi. Il nostro incontro potrà servire anche a conoscere le posizioni ufficiali delle differenti Chiese su ciò che riguarda l’omosessualità ed a farne un confronto.

Nel mese di marzo ho fatto un sondaggio presso le 120 chiese di Torino, cattoliche e non cattoliche. In una lettera di presentazione del questionario io ricordavo ciò che i partecipanti al decimo colloquio europeo delle parrocchie, tenutosi a Marsiglia, aveva sottolineato ossia che le parrocchie dovrebbero “essere oggi un luogo privilegiato di accoglienza, di ascolto, di dialogo e di comunione” e mi permettevo di suggerire che ciò poteva e doveva essere valido per i fratelli e le sorelle omosessuali.
Solo sette chiese mi hanno risposto e solo quattro fra queste si sono dette disponibili al dialogo. Dall’inchiesta risulta ancora la differenza tra le parrocchie cattoliche e le altre chiese: una sola parrocchia su 107 sembra disposta al dialogo, poiché le altre tre risposte affermative sono state data da chiese di altre confessioni. Infine, in certi casi, la disponibilità concreta non corrisponde affatto ad un’accettazione di principio. Si è generalmente d’accordo sul fatto che è preferibile che gli omosessuali non formino dei gruppi specifici; ci si augura generalmente che essi siano accolti apertamente nelle parrocchie ma concretamente si rifiuta di affrontare il problema.

Dopo l’intervento di Giovanni Paolo II, citando la lettera pastorale dei vescovi degli Stati Uniti, un moralista cattolico italiano ha scritto: “ essendo che gli eterosessuali possono, in generale, sposarsi mentre gli omosessuali, almeno finché dura la loro tendenza, rischiano di non potersi sposare, è la comunità cristiana che deve allora circondarli, dal punto di vista pastorale, di una comprensione e di una cura particolare” (Giunchedi).
Se abbiamo capito bene, il pastore dovrebbe sforzarsi di alleviare la sofferenza prodotta dalla dottrina morale della sua Chiesa. Se qualcuno ha ancora qualche dubbio, ciò può capitare, non ha che da rileggere attentamente quanto scriveva in proposito l’arcivescovo di Cracovia.
Ora ci chiediamo: una pastorale simile ha senso? O meglio: una pastorale omosessuale ha senso? Gli omosessuali possono accettare di diventare oggetto di una pastorale specifica condotta da una Chiesa eterosessuale?

Ricordiamo anche che ci sono persone di Chiesa che non possono parlare. “ …se ciascuno sapesse che ha il diritto di esprimere la propria opinione in una libertà retta e competente, – dichiarò il card. Pellegrino nel corso di un intervento al concilio – lo farebbe con quella veracità e sincerità che deve sempre brillare nella Santa Chiesa. Altrimenti sarà difficile evitare l’abominevole peste della menzogna e dell’ipocrisia”. Quanti teologi, quante riviste, oggi in Italia, non possono scrivere quanto pensano in merito all’omosessualità ed in merito ad altri temi!
Ho accennato prima al fatto che è il posto di lavoro il luogo in cui gli omosessuali incontrano le più grandi difficoltà. E’ lì che la maggior parte di noi è obbligata da un terzo alla metà della loro vita attiva. Inoltre, come sottolineava recentemente ancora una volta qualche lavoratore, essere omosessuali ed essere sfruttati come lavoratori, vuol dire vivere una doppia repressione. A dispetto di tutto ciò, in Italia il sindacato, a partire dalla base più sconosciuta sino ai quadri più elevati, resta terribilmente fermo in ciò che riguarda i nostri problemi sul lavoro arrivando ad obbligare gli attivisti omosessuali a condurre una doppia vita, sotto pena di espulsione dal sindacato.
Sono convinto che se potessimo contare su di una posizione differente del sindacato, certe lavoratori, e mi riferisco in particolare agli operai ed agli insegnanti, non avrebbero più i problemi che hanno ora. L’anno scorso ho partecipato al Congresso internazionale di: “Arcadie”, a Parigi, ed in tale occasione ho preso parte alla tavola rotonda sull’omosessualità e gli ambiti professionali ed ho constatato che è possibile iniziare a fare qualcosa anche in questo settore.

Occorre forse ricordare che in questa società gli omosessuali sono i soli oppressi? Tra le varie categorie di persone (Testimoni di Geova, prigionieri politici, bohemiens, ebrei) che furono internate con noi nei “lager” del Terzo Reich, ce ne sono ancora di più nell’Italia del 1980, che soffrono ancora le pene e l’umiliazione della prigione a motiva delle loro idee.
A fianco di queste categorie vorrei ricordare anche tutti gli altri emarginati sociali, soprattutto quelli senza nome. Purtroppo le differenti forme di emarginazione non si escludono reciprocamente. Un altro esempio eloquente è rappresentato dalle lesbiche che sono doppiamente emarginate sia come donne sia come omosessuali.
Significativa, anche se chiaramente insufficiente, la decisione che è stata presa da “Amnesty International durante il suo 12° Congresso Internazionale a Lovanio, per cui tutte le donne e tutti gli uomini imprigionati per aver protestato a favore dell’uguaglianza dell’omosessualità possono essere considerati prigionieri “d’opinione”.

Nei casi in cui si potrà ragionevolmente pensare che ci si serva dell’omosessualità come un pretesto per imprigionare delle persone a causa delle loro idee, Amnesty International ha il diritto di adottarle come prigionieri d’opinione: Questa posizione di Amnesty International lascia prevedere a buon diritto ch’essa riconosce un legame indissolubile tra le differenti lotte di liberazione. Tale indissolubilità risulta dall’interdipendenza di tutti i diritti umani. Se certi diritti umani sono lesi è allora l’uomo intero, sono tutti gli uomini ad essere lesi. E’ giustamente questo che noi vorremmo ricordare anche a coloro che pensano di poter fare a meno della liberazione sessuale.
Il nostro tentativo di liberare l’uomo e di darci da fare per la sua liberazione interiore risulterebbe incompleto senza la liberazione sessuale. “Il superamento dei ruoli sessuali e del dualismo – ha scritto Altman circa dieci anni fa – fa parte di un movimento generale per creare non solo un uomo nuovo ma un essere umano nuovo, un individuo che non sarà più schiavo delle limitazioni sessuali”. Ciascun cristiano non può dire che ciò non gli riguarda. Se vogliamo che la Chiesa diventi veramente ecumenica cioè la Chiesa di tutti gli uomini, noi non abbiamo più il diritto di catalogare e di scegliere le persone in base al loro sesso ed al loro orientamento sessuale.

Più avanti ho fatto anche riferimento alla famiglia. Per l’omosessuale è questo un problema molto penoso. La famiglia è il luogo in cui i conflitti sono più acuti e ciò per molte ragioni: non è facile per l’omosessuale abbandonare la famiglia a causa dei legami affettivi particolarmente stretti e d’altronde non è facile per la famiglia, che è un’istituzione tipicamente eterosessuale, accettare l’omosessuale, sia che si tratti dei figli, sia che si tratti del marito o della moglie, sia che si tratti del padre o della madre. A differenza delle persone che appartengono ad altre minoranze, razziali, etniche, o religiose, che trovano un sostegno nella loro famiglia – ed ugualmente nel loro gruppo sociale – gli omosessuali non possono generalmente contare su di un simile sostegno da parte della loro famiglia, anzi al contrario essi si vedono spesso ostacolati. Anche l’attività dei centri di consulenza per le famiglie rileva queste linee direttrici ed in questo campo si vede chiaramente in qual misura gli adolescenti sono considerati degli oggetti da manipolare in base a dei piani predisposti.

Vorrei ancora indirizzare un pensiero ai fratelli ed alle sorelle che non riescono ad accettare la loro omosessualità; a coloro che la rifiutano a tal punto che arrivano a tradire i loro fratelli o i loro amici che li hanno portati a scoprire il loro orientamento sessuale.
“ogni volta che io faccio l’amore con te tu sei lo strumento che conferma la mia omosessualità, che conferma che io faccio parte della razza che tutti odia e disprezza. Tu sei la prova della mia omosessualità, tu la sveli nuovamente: pensi forse che io non possa odiarti se in questo modo tu dai una mano al mondo ad opprimermi?” (Giovanni Dall’Orto).
Essere amati per ciò che si è non per ciò che si ha o di come si appare: è questo l’amore, l’amore vero, l’amore di cui tutto l’essere umano ha un bisogno infinito. E ci stupiamo forse se gli omosessuali, privati di questo amore, rifiutati a causa di ciò che sono nel loro intimo più profondo, trovano difficile amarsi ed accettarsi?

Ecco i peggior nemici. Voglio dire: i nemici interiori, i complessi di colpa, la paura, non i nemici esterni, le persecuzioni. “colui che ha paura si aspetta una punizione e non vive nell’Amore di Dio in modo realizzato” (1° Gv 4,18).
Il peso della colpevolezza sotto il quale soffrono parecchi credenti non ha nulla a che vedere col peccato. Il peccato è rottura cosciente con Gesù Cristo; è usare l’altro, è rendere l’altro vittima di se stessi. E citando una relazione dei Presbiteriani Uniti, l’inchiesta del Consiglio Ecumenico delle Chiese di Ginevra ha illuminato il peccato d’omofobia e l’ha descritto come “un disprezzo confuso, odio e paura verso gli omosessuali”. Anche quando l’altro è omosessuale noi non abbiamo alcun diritto su di lui: non il diritto di odiarlo, non il diritto di perseguirlo, non il diritto di ammazzarlo.

Il 30 agosto 1974, giorno di apertura del Concilio dei Giovani, davanti a quaranta mila giovani di cento nazioni il priore della Comunità di Taizé ha pronunciato queste parole: “la scoperta di te stesso, senza nessuno per essere ascoltato e compreso, provoca una vergogna d’esistere che arriva sino all’autodistruzione. A volte arrivi a crederti un condannato vivente. Ma per il Vangelo non ci sono né normalità né anormalità , ci sono uomini e donne ad immagine di Dio.”
Lo stesso tema era già stato oggetto della meditazione pasquale del priore di Taizé nel 1973. In tale occasione ha commentato il versetto 34 del cap. 8 della lettera ai Romani, così come segue: “Chi ci condannerà? Le norme della società? Da sempre le società (di cui del resto noi facciamo parte) hanno generato delle leggi di autodifesa, di colpevolizzazione, per formare l’uomo in uno stampo, con norme precise, uno stampo di normalità. Per esempio: prima di Cristo il piccolo popolo d’Israele, minacciato, voleva assicurarsi un’esistenza duratura. Il popolo getta allora l’interdetto sulla femmina sterile; essa è disprezzata perché non genera figli, perché non rientra nelle leggi della normalità costruite in vista d’ esistenza duratura del popolo.”
E per quel che riguarda l’omosessualità è accaduta la stessa cosa. “Chi dunque condannerà? Cristo Gesù, che è morto, che dico?, resuscitato, che siede alla destra del Padre, che intercede per noi? Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Le tribolazioni, l’angosciala persecuzione, la fame, la nudità, i pericoli, la spada? (Rm 8, 34-35).

Miei fratelli e mie sorelle in Cristo! Io non so se devo ancora usare il termine “omosessuale“, per me e per gli altri, ma ecco ciò di cui sono profondamente sicuro: che il Signore mi ha chiamato perché io doni la mia vita a fianco di questi fratelli e di queste sorelle che chiedono amore e giustizia. Il destino degli esclusi è sovente quello di rassegnarsi a fare ciò che gli altri decidono al loro posto. Anche gli omosessuali sono caduti in questa trappola! Dunque tocca a noi riprendere, con determinazione, nelle nostre mani la nostra vita.

Che questo nostro fraterno incontro possa dunque rinforzarci e possa far crescere la comunione fraterna, l’unità dei cristiani, ed oltre, la compressione tra i popoli. Che il Signore della pace vi doni lui stesso la pace in ogni tempo ed in ogni modo.

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Questa voce è stata pubblicata il 28 maggio 2013 da in Approfondimenti.
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